By: Davide Cappelli Acceso: ottobre 07, 2005 In: Riflessioni Comments: 0

Visito i siti d’informatica, frequento i newsgroups e partecipo alle mailing-lists ormai da anni. Io stesso, da anni, ho abbracciato questo mondo popolato da gente strana, da pirati (non gli utenti, ma le aziende..), da workaholics, da improvvisati, da gente che dell’informatica ha fatto praticamente una scelta di vita, da puristi, da ingenui, da smanettoni, insomma da una tale e tanta varietà di persone che non credo possa ripetersi in altri campi della scienza umana..

Io stesso, poi, programmo (e mi occupo di una quantità enorme di attività connesse con la mera programmazione). Non dico d’impiegare tecnologie da fantascienza ma, nel mio piccolo, penso di poter ottenere lo stesso livello di godimento che possono avere gli sviluppatori di software per i “viaggi nello spazio“.

Già.. Il godimento.. Credo di non essere il solo informatico in circolazione che fa ciò che fa, aldilà dell’esigenza di sussistenza economica, perchè trova soddisfazione nel vedersi capace di manipolare il software, anzi proprio il codice sorgente, in modo da farlo comportare nella maniera desiderata.

Io credo che sia stata proprio questa opportunità – poter “imporre completamente la mia volontà” su qualcosa – che mi ha spinto, pur con alle mie spalle una formazione tutt’altro che informatica, ad abbracciare quest’ampia e complessa disciplina.

E non è tutto. Il fatto che il lavoro professionistico informatico preveda che ci siano dei requisiti (negoziabili, a seconda della fattibilità o meno di una data funzionalità) da soddisfare offre al programmatore l’opportunità di non avere bisogno di giudizi sul proprio operato: SE il lavoro soddisfa i requisiti, ALLORA bene, ALTRIMENTI va rivisto. Non c’è il rischio che qualcuno, neanche un cliente, possa giudicare male un lavoro fatto bene od, ancor peggio, bene un lavoro fatto male, per il semplice fatto che già il solo soddisfacimento di tutti i requisiti funge di per sé da giudizio positivo. Non male, in un mondo che sin da bambini ci abitua a forme più o meno malsane di relativismo nei giudizi sull’operato delle persone, e quindi anche sulle stesse..!

Aldilà, dunque, delle miserie del mondo lavorativo informatico (soprattutto in Italia), costituito volutamente da “bassa manovalanza” o da lavoratori che, benché ottimi, vengono utilizzati alla stessa stregua, l’informatica offre un’importante opportunità di autodeterminazione: un lavoro ben fatto (cioè che risponde ai requisiti) è tale anche se il capoufficio o il cliente non è convinto, anche se s’è usata una tecnologia (più modesta) rispetto ad un’altra (più trendy o solo più costosa) oppure anche se nessuno avesse immaginato che quel dato obiettivo fosse raggiungibile.

Che c’entri quanto appena affermato coll’Open Source è presto detto. Open Source non significa soltanto progetti come OpenOffice

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