By: Davide Cappelli Acceso: gennaio 18, 2001 In: Organizzazione Comments: 0

Come qualche lettore saprà, il sottoscritto vive al momento una fase di schizofrenia dei ruoli abbastanza consistente: dalla fine del ’97 sono, contemporaneamente, studente di Psicologia a Trieste, e lavoratore (autonomo o meno) della Conoscenza e dell’Informazione (Knowledge & Information Worker: KIW) nel mondo (non mi pongo orizzonti limitati..;-).

Nello strenuo tentativo di coniugare operativamente le due cose, ho tentato di plasmare il mio Cursus Studiorum ad hoc, inserendo corsi d’esame attinenti al mio ambito lavorativo: “Editoria Multimediale“, “Sociologia della Comunicazione” e “Ergonomia della Comunicazione“.

Se da una parte, nel caso dell’ultimo di questa lista, le cose sono andate così stupendamente da farmi meritare il mio primo (e credo ultimo) 30 e lode e la collaborazione con il docente sia per quanto riguarda la tesi sia, soprattutto, per lo sviluppo di un sito dedicato all’Ergonomia della Comunicazione, per quanto riguarda l’esame di “Editoria Multimediale“, le cose sono andate molto diversamente.

In primis chi teneva il corso; trattavasi di una collega (Web Designer), laureata in qualche disciplina umanistica e con un approccio al Web molto legato alla produzione editoriale multimediale (CD-Rom, Cd interattivi, Grafica, etc..). Pur essendo molto valida, in maniera assoluta, non rispondeva efficacemente all’archetipo di produttore Web che continua a prevalere nella mia mentalità: un professionista che concentra la sua attenzione sul Sistema da produrre e sul funzionamento (in senso globale) di quest’ultimo.

Costei, ai miei occhi, comunque di laureando (ma anche pensatore) di una disciplina scientifica come la Psicologia, appariva troppo affascinata da immagini, simboli e rappresentazioni nella loro componente intellettuale e culturale. Secondo la mia visione, invece, la filosofia sottostante sarebbe dovuta essere (usando una frase di mio padre): “E’necessario innamorarsi dell’obiettivo, non della soddisfazione nell’uso dello strumento“. Ai miei occhi la visione di costei era diametralmente opposta alla mia (più tardi mi sono accorto che l’opposizione non preclude sempre la complementarietà e l’adiacenza del proprio apporto, nel contesto, ad esempio, di un team di sviluppo..).

In secundis, anche il contenuto formativo delle sue lezioni trasudava di questo approccio troppo intellettuale: per me che ho passato gli ultimi anni della mia vita a sudare su testi di Programmazione, Marketing, Comunicazione e Design (oltre a quelli di Scienze Cognitive in genere), il fatto che lo sviluppo base (codice HTML) di un sito potesse essere liquidato semplicemente suggerendo l’uso di questo o quell’altro software, che potevano permettere o meno animazioni ed effetti Javascript, non mi andava né su né giù.

Ho tentato di fare l’esame una volta, e non l’ho passata liscia. La frase di congedo è stata più o meno questa: “So che sei molto competente in materia, lo vedo; tuttavia devi imparare a capire quale sia il contesto in cui agisci; qui siamo all’Università e mentre il mio ruolo è quello di docente, il tuo, e degli altri compagni/colleghi, è quello di studenti!“.

Non so se poi ciò che ho capito corrisponde a quello che ella voleva farmi capire; tuttavia la lezione più importante che mi sono sentito impartita è stata che forse avevo torto a biasimare le sue lezioni. Ella non aveva il ruolo di insegnare a noi studenti il Web Design (parte del programma), ma di introdurci all’ambiente delle aziende che di questo si occupano.
Non avrei dovuto criticare il fatto che queste lezioni fossero troppo semplicistiche ai miei occhi, ma avrei dovuto apprezzare che la terminologia, i contenuti e l’esposizione fossero ben adattati alla fruizione di chi, a differenza del sottoscritto, questa materia non la conosce affatto e tenta di impadronirvisi nei rudimenti: ad uno studente è più facile parlare di multimedialità divertendolo con un cd interattivo con personaggi ed immagini, piuttosto che spiegandogli il rapporto costi/benefici tra l’uso o meno degli stessi personaggi, oppure le scelte strategiche (di comunicazione) che stanno dietro il mettere cronologicamente uno di questi prima di un altro..

Al secondo tentativo è andato tutto bene, anzi alla grande: ho presentato la rielaborazione fantastica di un progetto “reale” che avevo curato tempo prima per un piccolo comune del Nord Italia. L’unica obiezione che la Professoressa, -ripeto- laureata in una disciplina umanistica, mi ha fatto era sullo Scheduling e sul team per portare a termine tale progetto: secondo la sua opinione non era possibile sviluppare un progetto siffatto in così [a] poco tempo e con così [b] poco personale, e soprattutto, [c] senza un leader il cui compito avrebbe dovuto essere quello di armonizzare l’intero team.

A questo punto sono diventato cosciente del motivo reale della mia opposizione allo stile di questa persona, che prima avevo scambiato per una normale divergenza di opinioni sulla metodologia: costei era legata ad un modo di pensare a me alieno, quello della conservazione della cultura, dell’Ars Gratia Artis (in latino “gratia” + genitivo = complemento di termine/vantaggio: l’Arte per l’Arte, fine a se stessa ed auto-significante). Quello, infatti, che permeava dalle sue motivazioni sinteticamente era che non fosse possibile che un gruppo di programmatori (peraltro esperti), magari senza una cultura accademica, riuscisse in un progetto senza un leader, che istituzionalmente è un laureato.
Nel mio progetto, invece -c’è, a questo punto, da notare che la versione non adattata di quest’ultimo è stata efficientemente ed efficacemente adottata..-, il ruolo del leader era ricoperto, in maniera non tanto marcata, da un membro operativo del gruppo dotato delle competenze tecniche ed umane per averne la visione generale, il Web-Master.

Ad un livello d’analisi più profondo, le sue affermazioni facevano trapelare due atteggiamenti che prima, anche in ambito lavorativo, avevo ignorato:

  • E’sempre necessario che un gruppo abbia un leader, istruito per diventare tale e le cui competenze coprano esclusivamente questo ruolo. Tutte queste caratteristiche possono essere rappresentate esclusivamente da una persona con formazione, e soprattutto (tragicamente), titolo universitario.
  • La leadership è una questione di potere ed autorità; mentre il primo fattore è strettamente determinato dalla sua esclusività (i gruppi elitari, quelli per i quali vi è un accesso lento e difficile, sono spessissimo anche quelli che detengono il potere..), il secondo deriva dall’affidabilità (fides, lat.: Fiducia) del leader, e quindi dalle interazioni di quest’ultimo con i suoi subalterni: sono i subordinati a dare fiducia alle azioni del leader, e quindi a decretarne o meno l’autorità.
    Tuttavia, se i subalterni sono messi spesso nella condizione di doversi affidare, magari per dovere istituzionale o per convenzioni culturali, a diversi leader, con differente reale livello di autorità in materia, può essere che si sviluppi un fenomeno di abituazione a questa situazione: tutte le persone che verranno via via poste nella condizione di avere un ruolo da leader, verranno considerati tali solo perchè ne hanno gli attribu
    ti.

Sublimando contemporaneamente questi due atteggiamenti mostrati dalla Professoressa, laureata in una disciplina umanistica (se l’ulteriore ripetizione mi è concessa..) e che molto probabilmente (ne ho avuto conferma da successive esperienze) li ha mutuati sia da convenzioni sociali generiche che da quelle del suo ambiente di lavoro, è possibile sintetizzare un giudizio abbastanza generico, ma altrettanto tragico, sulla prassi portata avanti da molte aziende, anche quelle IT: “L’organizzazione e la pianificazione di un qualsiasi progetto può essere influenzata da potenti fattori sociali e di discriminazione InGroup vs OutGroup“.

Il mio progetto, seppur nella rielaborazione fantastica, permeava di una filosofia tutta particolare, che è quella utilizzata quando si sta fornendo una consulenza: drastica riduzione dei costi (numero di persone e di ore impiegate) fissi e variabili, contro la massimizzazione del target, del raggiungimento dell’obiettivo proposto.
In sostanza un ragionamento economico, quindi necessariamente insensibile, logico.

Il progetto prevedeva di affidare lo sviluppo a dei veri professionisti: individui che, pur costando di più, hanno sia grande competenza di dominio sia la capacità di integrarsi ad un qualsiasi gruppo molto rapidamente; grazie a queste caratteristiche possono ridurre i tempi (e quindi i costi) globali del progetto.
Con queste premesse ogni precostituita idea di organizzazione del team da parte di un superiore sarebbe stata superflua perchè la Professionalità del singolo l’avrebbe efficacemente resa inutile.

Secondo la visione della Professoressa laureata (avrò stufato qualcuno con questa ripetizione??) in una diciplina umanistica, ed anche del management IT che essa rappresenta, molto spesso, invece, è il ragionamento strettamente razionale ed economico ad essere superfluo, o quantomeno scomodo.
L’Ars gratia Artis esiste anche nella Produzione, e non si tratta di un problema solamente morale od economico: investe soprattutto la Qualità dell’Organizzazione.

Facciamo un esempio: “Considerereste più economica (e quindi auspicabile) la gestione di un progetto con la filosofia della consulenza sopra descritta, oppure con quella proposta aprioristicamente dalla Professoressa?“.
Nella prima viene posto il focus sul progetto: a seconda delle sue caratteristiche vengono scelti\r\nun numero ed un tipo preciso di specialisti, la cui professionalità viene massimizzata nell’arco della sola durata del progetto. Nella seconda il gruppo è spesso statico, sia per composizione dei membri sia nella dimensione temporale; quando, e solo quando, viene proposto un progetto, il gruppo deve accomodare la propria organizzazione interna (ereditata da esperienze analoghe precedenti) rispetto le specifiche di quest’ultimo.

Non sto dicendo che molte aziende siano incapaci di sviluppare un buon prodotto -sarebbe un’oscenità-, ma penso che sia confutabile che un numero considerevole di queste non abbia raggiunto un livello di maturità sufficiente per capire come ottimizzare le proprie relazioni interne: nella Old Economy ormai questa è una cultura tramandata da vecchi saggi a maturi professionisti; nella New Economy, invece, nella quale grandissima parte del Personale è costituita da under 30, questa cultura non c’è nemmeno, e neanche la possibilità di tramandarla (il che, però, non deve considerarsi lodevole..).

Premettendo che non voglio sembrare né classista né tantomeno semplicistico vorrei prendere ad esempio una qualsiasi azienda milanese (o romana, torinese, etc..): molti individui costituenti il Personale sono forestieri perchè in città non vi sarebbero tutti gli specialisti richiesti (Skill Shortage), ed hanno un’età compresa tra i 22 ed i 30 anni; alcuni (buona parte: “chi non riesce a prendere una laurea oggi?“) di questi sono diplomati (diploma di laurea) o laureati. Socio-psicologicamente parlando, il contesto in cui sono vissuti molti di questi è quello della provincia, nella quale il titolo di studio possiede ancora quell’aura di superiorità ed elitarismo, che tende ad essere conservativo di questa cultura dell’esclusività. Arrivati in una grande città, dove persino un bi-laureato può essere costretto ai lavori più umili, si trovano confusi ed insicuri. Per attenuare quest’insicurezza possono solo allearsi con i loro consimili (e nelle aziende IT, come abbiamo detto, ce ne sono molti), ugualmente giovani ed ugualmente titolati, per ricreare una cultura aziendale che ripristini quell’auctoritas che sentivano perduta. Deputano, quindi, molte delle loro risorse fisiche, ma soprattutto mentali, a questo scopo, totalmente privo di razionalità allo stato puro ma pregno di sentimento.

Alle domande poste dalla Professoressa laureata in una disciplina umanistica -“Perchè non c’è un leader del web team?“, “Perchè il web team è così piccolo?” e “Come è possibile fare tanto in così poco tempo?“-, è ora possibile dare una chiara risposta:

  • è inutile pensare che serva sempre un leader, non solo perchè spesso la sua funzione è esclusivamente rappresentativa verso l’esterno (funzione che può quindi essere espletata anche da un membro operativo che non sia troppo oberato dal lavoro..), ma perchè la qualità del singolo componente può determinare, in sinergia con le altre, anche quella del gruppo stesso.
  • è anche inutile pensare che serva sempre un team composto da un numero considerevole di individui. è la qualità dei singoli partecipanti che determina la potenzialità del gruppo di portare avanti un progetto e magari a concluderlo in un tempo relativamente breve (c’è da notare, poi, che spesso la numerosità di un team non è affatto un fattore di facilitazione: grandi gruppi possono anche essere molto statici).

C’è da notare che tutte le affermazioni appena fatte sono vere soltanto quando è palese la Qualità del singolo individuo.
Differentemente, sono necessari sia un gruppo numeroso sia una data quantità di tempo, ed ovviamente un leader che sappia gestire il primo fattore in relazione al secondo.

La Qualità, però, non è un valore legato al ruolo, ma all’individuo: non si può sostenere che bisogna sempre applicare la stessa prassi (c’è bisogno di un tot di questo, e di un tot di quell’altro,), poichè non sempre è possibile conoscere a priori la situazione specifica.

Se un’Organizzazione applica sempre le stesse regole, viene il sospetto che ciò non sia esclusivamente dovuto ad una prassi ben collaudata che non si vuole abbandonare, ma ad una cultura aziendale poco aperta, retrograda. Oppure, ancora peggio, ad una cultura che rende l’organizzazione estremamemente statica, magari per le ragioni sentimentali di cui si è parlato prima.

Che non si scopra che, magari, il fatto di dover sempre usare tali e tante risorse, per una tale quantità di tempo, non serva altro che a definire che “un programmatore deve essere per forza un Inferiore“, non per gerarchia ma per qualità dell’individuo, perché sennò non ci sarebbe la necessità reale di un Superiore, magari laureato, che ne controlli l’operato; e questo può valere per tutta l’organizzazione interna..

Sarebbe molto poco professionale per un’azienda, n
ota per i preventivi molto alti, se i suoi committenti scoprissero che parte di questi alti costi sono diretta espressione della cultura interna. Se scoprissero che un buon 20/30% di ciò che hanno pagato è superfluo, in quanto serve solo a mantenere la gerarchizzazione di diversi status sociali.

Non è un fatto morale, ma esclusivamente di danaro.

Trackback URL: http://www.cappelli.net/management-organizzazione/e-necessario-un-capo.html/trackback