La lontananza, sai, è come un Facebook..

Dopo alcuni mesi in cui mi sono sentito prendere in giro dai miei amici – io che sono sempre stato, per varie ragioni, il più “tecnologico” e “up-to-date“.. – per la mia grossa leggerezza, anch’io, esattamente due settimane fa, mi sono fatto un profilo su Facebook. Spendendoci non più di qualche manciata di minuti al giorno ho cominciato ad inserire materiali ed a ricercare vecchie e nuove conoscenze, arrivando quasi al centinaio in pochissimo tempo (un traguardo, considerato che la maggior parte di quelli che conosco hanno superato da tempo l’età in cui ci si può facilmente trastullare con simili diavolerie..).

Ho usato la solita foto (di ormai più di 10 anni fa) che uso anche come avatar per Skype, ho specificato varie informazioni personali ed ho cominciato ad acquisire alcune abitudini che sembrano connaturate all’utente medio di Facebook: diventare fan di qualcuno/qualcosa, iscriversi a (svariatissimi) gruppi e partecipare a sondaggi/test tra il serio ed il faceto; ho anche ricevuto moltissimi inviti per eventi reali, ma soprattutto ho ricevuto la richiesta di sfruttare “applicazioni” di cui non ho capito ancora – né penso capirò mai.. – lo scopo.

C’era un motivo dietro al fatto che, pur sapendo di Facebook probabilmente molto prima rispetto ai miei mediamente antiquati amici, ci ho messo tanto tempo per registrarmi, cosa che invece avevo prontamente fatto con il più professionale e serioso LinkedIn: il fatto che lo considerassi una «cagata pazzesca», dal punto di vista di business model – e ne ho viste in questi ultimi 10 e passa anni, tra il Web delle origini e quello che ormai chiamano già “Web 3.0” – ma soprattutto per la sua inutilità obiettiva, tenuto conto che molto probabilmente – così supponevo.. – doveva essere popolato di studentelli/e brufolosi/e a cavallo tra le scuole superiori e l’università ed in cerca di un po’ di “connettività socio-affettiva“. Mi aspettavo, insomma, il solito fuoco di paglia – come sembrano molti sistemi di social networking – fatto più per attirare attenzione che per costituire un fenomeno (ed uno strumento, per chi ne è utilizzatore) stabile e duraturo, quindi affidabile.

Dopo due settimane d’impiego e di ravanamento, se non sono cambiati i giudizi generali (soprattutto per ciò che concerne il business model, che appare a molti quantomeno “fumoso” e perciò non facilmente sondabile), quantomeno è cambiato in me l’entusiamo per il sistema. Quasi certamente non farò mai affidamento su “FB” per trovare un (miglior) nuovo lavoro – anche perché, in tal senso, ho già riscontrato un inaspettato ritorno grazie a LinkedIn –, né credo d’avere chances come trend-setter o di poter fare fortuna promuovendovi la mia attività (magari grazie ad un’”applicazione” da me all’uopo sviluppata), ma almeno per un’opportunità – il fondamento cardine di questi sistemi – devo ringraziare FB: di potermi ri-avvicinare a persone che hanno fatto parte della mia esistenza e di cui, per un motivo o per un altro, mi sono ritrovato a dover fare a meno.

Con FB ho ritrovato l’amico e socio di quasi dieci anni fa (e che, tornato per questo week-end dall’Albania, ho incontrato, visibilmente ubriaco fradicio, in un locale di Opicina, dove c’era pure un altro nostro ex-socio), ho ritrovato le persone che sono andate all’estero (e, per fortuna loro, hanno deciso di non tornare), ho rivisto il volto (vabbé, in foto..) di gente (invecchiata come me) che non frequento da 10 e più anni, di ex-colleghi in giro per l’Italia (e/o il mondo) con cui ho condiviso più di una “notte prima della deadline“, ho ripreso, seppur labili, rapporti con alcuni miei ex-compagni delle superiori ed ho scoperto che il grande amore di quei tempi si è sposata, tra l’altro con uno che si chiama come me.

Mai avuta prima una così impetuosa “botta” di malinconia dei “bei vecchi tempi“, dunque, benché, da bravo ultratrentenne, ne abbia già avute molte. Il fatto è che, escludendo o viceversa concentrandosi sull’andazzo attuale delle cose (la maturità, gli impegni lavorativi e non, la Crisi, etc..), viene fuori sempre quella vocina che dal profondo ti ricorda che, nemmeno tanti anni fa, di quelle cose te ne potevi anche fregare, proprio perché potevi concentrarti sulle persone, sulle tue conoscenze, sulla tua rete sociale. Un valore che stenta a deprezzarsi comunque, anche se oramai è stra-usato.

Credo proprio sia questo il valore aggiunto di Facebook, il fatto che fondi il suo successo, oltreché sul sempiterno desiderio di esplorazione del nuovo (magari anche del “nuovo cazzeggiamento“..), sull’ostinazione umana nel voler ri/consolidare ciò che è già esperienza vissuta consolidata, magari anche remota. Un patrimonio per gli utenti ma anche per il bilancio economico di Facebook che, se riuscirà a non farsi prendere la mano dai markettari di turno, potrebbe diventare per le reti sociali ciò che già ora Google (ed i suoi servizi accessori) costituisce per le reti informative: un discreto ma efficientissimo strumento di advertising mirato.

Voglio proprio testare questa sua potenziale capacità, ed a questo scopo sto tentando di farmi “profilare” in qualunque modo a me venga in mente (quiz, partecipazione a gruppi e/od a eventi, etc.). Per il momento, non so se sia a causa mia – che non è detto stia procedendo correttamente – od a causa di un malfunzionamento, l’advertising che ricevo è tuttaltro che mirato (e si che do pure il pollice verso o meno..), ma ho notevoli speranze per il futuro. Anche di lavoro, dato che molto difficlmente si possono trovare in giro persone come me: programmer informatici e contemporanemante profiler psicologici.

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