Disaster Management e Telelavoro

Due sole cifre, 9/11, ricordano al mondo intero il grave attentato al World Trade Center, l’11 Settembre 2001, costato la vita a molte persone che nelle Torri Gemelle lavoravano, oltre a quelle che viaggiavano negli aerei. Molti di meno, però, ricordano che, ai margini del dramma civile, ce ne è stato anche uno economico (finanziario): gli edifici colpiti ospitavano un gran numero d’aziende, e con esse una massa enorme di informazioni commerciali, industriali e finanziarie, la cui perdita sarebbe stata disastrosa.

Sarebbe stato certamente così se le stesse società non fossero già state dotate di procedure di disaster recovery, nella fattispecie una copia di back-up continua della documentazione presso luoghi più sicuri, in caso di qualsiasi tipo di disastro. Ciononostante, il danno non si è potuto evitare, per il semplice fatto che tutte le aziende che nel WTC avevano sede si sono ritrovate senza i loro uffici, i loro centralini telefonici, le loro infrastrutture (interne) di rete”;” insomma, si sono ritrovate senza il luogo e la strumentazione per far lavorare migliaia d’impiegati, forzate a sospendere, dunque, la produzione.

Per fortuna ci sono le assicurazioni! Ma questo non basta. Gli Stati Uniti, come moltissimi altri paesi in tutto il mondo, indipendentemente da qualsiasi situazione economica, politica o persino bellica, sono normalmente soggetti a disastri, che di artificiale hanno ben poco: da sud arrivano perturbazioni del clima anche violente (tempeste, tornado, uragani), da nord arrivano copiose nevicate, e c’è sempre il problema della faglia californiana, che non manca di farsi sentire ogni tanto, con sussulti e/o veri e propri terremoti. Dall’altra parte del Pacifico il Giappone è sottoposto a fenomeni geofisici ancora più potenti, basti ricordarsi il cataclisma che ha colpito Kobe nel 1995. In una situazione come questa semplicemente cautelarsi con un’eccellente assicurazione non è sufficiente, specie in un mercato globale e competitivo come quello attuale, dove il Time-to-Market (la possibilità di aggredire il mercato il prima possibile) è un imprescindibile requisito.

Poiché non è possibile, almeno allo stato attuale, difendersi attivamente dalle forze della natura, è dunque necessario ricorrere ad espedienti che ne vanifichino, od almeno ne limitino, i disastrosi effetti. Sarà, forse, per questo motivo che proprio USA e Giappone, unitamente allo sviluppo di applicazioni per il Disaster Recovery, sono fra i primi sostenitori del Telelavoro.

Internet e Disaster Management


Vale la pena fare una piccola digressione sul ruolo delle reti telematiche nel disaster management. Arpanet, progenitrice dell’attuale Internet, è stata, appunto, la prima vera rete telematica territoriale, e nacque, negli Stati Uniti, come applicazione per il contenimento degli effetti in caso d’eventi disastrosi. Più precisamente Arpanet era una rete di tipo militare. Sua finalità era quella di costituire un’infrastruttura di comunicazione capace di resistere a qualsiasi situazione - si ricordi che all’epoca vigeva ancora, seppur ai suoi sgoccioli, la Guerra Fredda.. -. Questa caratteristica è ancora presente e ne rappresenta la principale peculiarità.

Senza andare troppo nello specifico, parlando di hosts, nodi e protocolli, è possibile dire sinteticamente che Internet - come si è tentato di descrivere nell’immagine qui sopra - si basa su un sistema di collegamenti tra dei punti, tutti interconnessi tra di loro. Normalmente i dati vengono trasferiti dal punto di partenza a quello di arrivo utilizzando la strada - fatta anch’essa di punti - più veloce. Nel caso quest’ultima sia interrotta, ad esempio perché uno o più punti sono inutilizzabili (a causa di un cavo bruciato da un fulmine come d’un terremoto che ha distrutto tutti i punti d’una zona), i dati vengono instradati in un nuovo percorso, verso la loro destinazione originaria. Sarebbe circa come passare dall’Italia alla Francia, prendere un traghetto per la Corsica e poi un altro per la Sardegna a causa, chessò, dell’inagibilità per tempesta del mare del Tirreno. Con la differenza che i bits viaggiano ad una velocità certamente maggiore di un’automobile o di un traghetto, e non hanno vacanze estive..!

Detto questo, è evidente la potenzialità del ruolo della Rete pressoché in qualsiasi tipo di situazione avversa, naturale o meno: non solo può garantire il prosieguo della comunicazione ma, grazie a ciò, permette anche una piena distribuzione, e costante sincronizzazione, delle informazioni in qualsiasi suo punto. È questo, infatti, che accade ogni momento: le grandi società con sedi sparse per tutto il globo hanno, col tempo, sviluppato procedure attraverso le quali ogni sede possa costantemente comunicare con le altre, condividendo i propri dati. Molto spesso esistono dei centri di raccolta di questi dati, dai cui ogni sede attinge e a sua volta riversa, ma questo modello centrifugo sempre più frequentemente sta venendo rimpiazzato da quello in cui la massa intera dei dati trattati sono ininterrottamente copiati e conservati in ogni sede ed, in aggiunta a tutto ciò, società di servizi esterni si occupano di stoccare ulteriori copie, magari in bunker sotterranei.

Il vantaggio non è secondario. Come è possibile intuire dall’immagine qui sopra, un’architettura di rete diffusa nella quale i dati vengano sincronizzati in ogni punto può fare la differenza tra il blocco, magari a tempo indeterminato, della produzione e un, seppur non confortevolissimo, prosieguo della stessa.

La lista di cause in grado di indurre l’inaccessibilità, anche temporanea, di uno o più punti della rete è interminabile: da un terremoto - od un attacco bellico o terroristico, come nel caso del WTC - che abbatte la sede centrale di una multinazionale a un più banale blackout che interessa solo quella data zona. Il problema è che, aldilà della presenza di perdite materiali, ogni attimo che l’impresa resta in parziale o totale inattività, essa perde danaro. È questo il motivo per cui molte società si stanno orientando verso architetture di rete aziendale che garantiscano un ampio margine nella sicurezza di continuità.

Internet, Telelavoro e Disaster Management


Cosa c’entra quanto appena detto con il Telelavoro? Moltissimo, visto e considerato che quest’ultimo può condividere con Internet la struttura a rete, quella che, nell’esempio precedente, anche in caso di accidente ad una delle sue parti, riesce ugualmente a permettere la comunicazione – magari anche con la totalità dei dati preservati (ad esempio in centri di back-up di zona, od in bunker) –, e quindi il prosieguo della produzione col minimo possibile delle perdite.

La figura suesposta sintetizza gli effetti dell’interruzione dell’agibilità della sede centrale in un’impresa senza Telelavoro che abbia due sedi: i lavoratori senza più la sede dove andare a lavorare sono sostanzialmente inutilizzabili. Non solo, a questo effetto primario si aggiunge uno secondario, ugualmente pernicioso: quei lavoratori che possono ancora recarsi fisicamente al lavoro, nell’altra sede, non possono collaborare con i loro colleghi ormai homeless, e non possono nemmeno utilizzare i semilavorati (dati e documentazioni) che i colleghi hanno prodotto. Se, nell’esempio in figura, l’effetto primario, dunque, provoca da solo un deficit di lavoratori disponibili di circa il 70% (17 su 25), in seconda battuta il calo di produzione rischia d’essere anche molto maggiore.

In quest’altra figura si rappresenta l’esempio, invece, di una forza lavoro costituita per metà da telelavoratori: questi ultimi, connessi colle proprie sedi ma pure tra loro, non risentono dell’eventuale inagibilità della sede principale e ripristinano la connessione con quella rimasta. In questo secondo esempio la metà d’azienda remotizzata permette di contenere la perdita di lavoratori disponibili a circa la metà (36%, 9 su 25) di quella dell’esempio precedente. In aggiunta, qualsiasi il posto di lavoro dei telelavoratori (la propria abitazione od un telecentro, od un’altra sede), un piano operativo straordinario potrebbe far convergere, anche solo in via provvisoria, i lavoratori tradizionali, rimasti homeless, verso questi luoghi, o farne persino dei nuovi telelavoratori. Se già l’effetto primario veniva notevolmente contenuto coll’impiego di telelavoratori, quest’opportunità lo può ridurre ulteriormente, fino a quasi eliminarlo. Chiaro è che l’effetto secondario, in una situazione del genere, ha tutte le chances per svanire del tutto.

Concludo ricordando che gli esempi fatti si riferiscono ad un’impresa con due sedi, almeno. Nel caso la sede sia unica, e non si impieghi il Telelavoro, l’esito è tragicamente scontato: l’azienda resta col cerino acceso in mano..

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